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STORIA DI UN PETTIROSSO E DI UNA PASSERA SCOPAIOLA
di Alessio Chiusi
L'amore per gli uccelli mi ha contagiato già in tenera età. Da ragazzino oltre ad allevare
4-5 coppie di canarini ho sempre avuto una predilezione per gli insettivori, dotati a mio
parere di una maggior sensibilità ed espressività. Ho sempre posseduto un pettirosso maschio e
dopo un paio di anni si è aggiunta una passera scopaiola di cui andavo fiero.
Il pettirosso durante l'inverno era finito in una trappola a cassetta per topolini
campagnoli con del pane come esca. Avevo subitaneamente deciso di tenerlo, mi piaceva troppo
con i suoi colori così vividi. Il canto autunnale di questo bellissimo insettivoro poi mi
faceva restare incantato da qualche stagione. Era un sogno averlo con me. Appena messo in gabbia
non si era mostrato troppo spaurito. Aveva solo cominciato a saltellare nervoso ma senza buttarsi
contro le grate della gabbia. Nella gabbia avevo messo una mangiatoia bassa con del mangime per
merli e delle tarme della farina. Ero uscito dal locale dove avevo posto la gabbia e mi ero
appostato dietro la porta per spiarlo: dopo un attimo, senza esitare oltre, aveva aggredito e
ingerito le tarme della farina; doveva essere affamato. Sono tornato a metterne delle altre e la
scena si era ripetuta più volte. Ero rimasto ad osservarlo estatico per parecchio tempo.
Quanto tempo perdevo a guardare il mio pettirosso e la passera scopaiola! Era uno spettacolo
vederli saltellare nelle gabbie quando la mattina li mettevo a prendere un po’ di sole. Vedere i
loro colori brillanti esaltati dal primo sole del mattino mi rendeva davvero felice.
Io facevo il possibile per mantenerli in forma. Nei pomeriggi, finita la scuola e i compiti,
durante il mio girovagare per campagne e boschi con i miei coetanei portavo sempre con me uno
scatolino dove, prima di tornare a casa, riponevo qualche insetto per i miei amici.
A seconda della stagione portavo ai miei beniamini uova di formica, farfalline notturne
catturate sotto le foglie dei rovi, bruchi, grilli e cavallette ai quali aggiungevo nella tarda
estate e autunno anche bacche di sambuco, phytolacca, biancospino ed edera, a seconda della stagione.
I due non appena mi vedevano comparire con lo scatolino cominciavano a saltare sul posatoio
tutti eccitati in attesa che gli fornissi qualche leccornia. Purtroppo pur essendo uccelli molto
mansueti non avevano mai vinto la loro timidezza e non si fidavano a prendere dalle mie mani le
leccornie che gli fornivo. Aspettavano che lasciassi cadere nel fondo della gabbia i piccoli
insetti per aggredirli subitaneamente e farne un sol boccone. Che soddisfazione vedere che i
propri sforzi erano stati apprezzati!
I due ricambiavano la mia sollecitudine con un canto spiegato, che nel pettirosso era udibile
anche in inverno; lui grasso e pasciuto si poteva permettere di cantare, mentre i suoi congeneri
in natura erano tutti occupati a procurarsi una razione di cibo per riempirsi lo stomaco, spesso
visitando la mangiatoia allestita nel mio giardino.
Che pianto quando una mattina vidi il mio pettirosso morto stecchito sotto il posatoio!
Non era facile dimenticare un compagno che per quasi cinque anni mi aveva fatto compagnia con la
sua presenza e il suo canto.
Decisi di rimettere in libertà la passera scopaiola; era febbraio inoltrato e lei era in
perfetta forma. Ero sicuro che non si sarebbe allontanata una volta liberata, per questo misi in
vari punti della mia casa dei mucchietti di cibo per aiutarla a reinserirsi in natura.
Lei infatti si era stabilita nelle vicinanze e visitava il mio giardino per fare provviste.
Un tardo pomeriggio, malgrado ci fosse la neve, stava sopra una catasta di legna e
corteggiava canticchiando e danzando una femmina. La sua compagna non pareva troppo intimidita
dalla mia presenza, forse anche per il fatto che il maschio non si dava certo pena, per questo
motivo, di fermare il suo corteggiamento.
Mi capitò diverse volte di vedere i due. Poi a primavera sparirono, anche perché al cibo
secco e ai semi da me forniti potevano sostituire degli insetti freschi. Pensavo fossero migrati
e stessero mettendo su famiglia in qualche zona di montagna.
Un giorno, mentre faccio un giro nel bosco, che dista in linea d'aria non più di duecento
metri da dove abito, vedo un nido che non avevo mai visto. Un nido di muschio e licheni come
quelli di un fringuello ma in una posizione dove un fringuello non costruirebbe mai il suo nido.
Mi avvicino e guardo all'interno: ci sono due uova, e anche il colore delle uova era decisamente
diverso da quelle del fringuello, queste uova erano più scure.
Dopo circa tre settimane ripasso ed ecco che vedo volare la madre dal nido mentre mi avvicino.
Non ci posso credere: è una passera scopaiola e nel nido ci sono due piccoli che spalancano i
beccucci. Vuoi vedere che il mio maschio mi ha fatto la sorpresa di nidificare proprio vicino a casa?
Dopo poco, infatti, una passera scopaiola con in bocca un insetto compare su dei rovi secchi,
non emette nessun grido di allarme, mi pare mi guardi. Sono sicuro, è il mio maschio, ci fissiamo
per un attimo, poi mentalmente gli dico "Ciao caro amico, che piacere rivederti con la tua
famiglia"; poi mi allontano per non disturbare la coppia felice impegnata nel loro arduo lavoro.
Che gioia rivederlo e sapere che ha nidificato vicino casa; potrò vederlo ancora.
Il giorno dopo decido di fare una nuova visita, ancora lontano dal nido sento la passera
scopaiola che "piange", accelero il passo.
Nella foga di raggiungere il luogo dove ha nidificato non vedo un ramo che mi sferza la
faccia, ma non sento il dolore: mi rimarrà solo il segno rosso tornato a casa.
Non appena arrivo guardo verso il nido: è distrutto! Dal roveto vicino
un grosso gatto se ne scappa a grandi balzi. Dei piccoli neanche l'ombra, rimane solo il lamento
della passera scopaiola che da un cespuglio non smette di "piangere" e pare mi guardi impotente.
Non sa quanto sono dispiaciuto! Se solo fossi arrivato un po’ prima forse avrei potuto
salvare i suoi piccoli. Lo guardo e lo saluto per l'ultima volta, mi giro sconsolato e me ne
ritorno a casa con una lacrima che mi riga la faccia.
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